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Venerdì 16 Gennaio 2026

PSICO-COSE — il Blog di Federica Giusti

Federica Giusti

Laureata in Psicologia nel 2009, si specializza in Psicoterapia Sistemico-Relazionale nel 2016 presso il CSAPR di Prato e dal 2011 lavora come libera professionista. Curiosa e interessata a ciò che le accade intorno, ha da sempre la passione della narrazione da una parte, e della lettura dall’altra. Si definisce amante del mare, delle passeggiate, degli animali… e, ovviamente, della psicologia!

​Quando crescere troppo presto diventa un peso

di Federica Giusti - Venerdì 16 Gennaio 2026 ore 07:30

Nel linguaggio comune si parla sempre più spesso di “sindrome dei figli Atlante”. Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un’espressione che descrive una dinamica familiare molto diffusa: la figlia, o il figlio, che, a prescindere dalla “gerarchia”, che sia davvero il primo o no, si comporta sempre come il figlio maggiore, si trova a sobbarcarsi responsabilità emotive, pratiche e talvolta genitoriali nei confronti della famiglia.

Un po' come se fosse Atlante, appunto, è il figlio che tiene sulle proprie spalle l’albero genealogico di tutta la famiglia.

Questa esperienza, spesso normalizzata o persino lodata, può lasciare segni profondi nell’età adulta.

Con questa espressione si fa riferimento a un insieme di vissuti ricorrenti nei figli che vivono questa responsabilizzazione eccessiva, soprattutto nelle famiglie numerose, con genitori emotivamente fragili, assenti o sovraccarichi. In psicologia questa dinamica è definita parentificazione: il bambino assume ruoli e compiti che spetterebbero all’adulto. Raramente è una scelta consapevole. Più spesso è una risposta adattiva: “Se non lo faccio io, chi lo fa?”. I figli Atlante imparano presto a mettere da parte i propri bisogni e a prendersi cura degli altri.

Le conseguenze nell’età adulta riguardano un’iper-responsabilità, una difficoltà a chiedere aiuto, la presenza di relazioni sbilanciate e una sorta di burnout emotivo.

La sindrome dei figli Atlante racconta una storia di forza precoce e bisogni rimasti inascoltati. Riconoscerla è il primo passo per ridimensionare il carico e prendersi finalmente cura anche di sé.

Quando entrano in stanza di terapia, spesso la prima cosa che fanno è chiedere a me come sto, tanto sono abituati a prendersi cura degli altri. Raccontano storie in cui il loro ruolo era quello di intercettare sempre l’atmosfera e gli umori degli altri componenti della famiglia, cercando di fare il giullare o il mediatore a seconda dei casi, per placare eventuali tensioni. Hanno cercato di organizzare il caos creato dagli altri, a spese del proprio benessere. Bambini bravissimi fuori, alunni eccellenti, amichetti sempre corretti e ben educati, erano dei piccoli adulti quando la loro struttura emotiva ancora non era in grado di reggere tali responsabilità. Non potevano permettersi di essere bambini, di essere rumorosi o di comportarsi sopra le righe, perché erano consapevoli di non avere un adulto di riferimento che li contenesse, che facesse banalmente l’adulto. E il dolore, la paura, la fatica e lo spavento che hanno sentito durante la loro infanzia e nell’adolescenza, non è uscito con le parole, ma attraverso il corpo. Sintomi che hanno parlato per loro, corpi che si sono infiammati a causa di quelle emozioni che li hanno divorati dall’interno, senza che nessuno se ne rendesse conto. Addirittura apparendo quelli troppo fragili all’esterno, perché nessuno aveva idea del peso che stavano portando dietro da sempre. Spesse volte, nei loro racconti, emerge il fatto di riuscire a stare bene davvero solo quando sono soli, ed è ovvio il motivo, perché da soli non hanno l’obbligo di occuparsi di come stanno gli altri, possono spegnere i radar e pensare finalmente solo a sé stessi. Inutile dire che spesso sono adulti che sanno ascoltare, essere buoni amici, grandi organizzatori. E lo fanno perché è ciò di cui sono esperti, a quale prezzo però? Sono convinti che nessuno possa aiutarli proprio perché chi avrebbe dovuto farlo non è stato in grado, ed allora in terapia possono imparare ad essere per sé stessi i genitori che avrebbero voluto.

Si tratta di percorsi complessi proprio perché sono “pazienti facili”, ma il coraggio, l’impegno e la tenacia che hanno dimostrato di avere possono essere buone leve per poterli avvicinare al cambiamento.

Cari figli Atlante si può davvero alleggerire le spalle! Fidatevi!

Federica Giusti

Federica Giusti

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