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Sabato 10 Ottobre 2026

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

​Il dissesto idro-geologico da cementificazione e la decementificazione

di Adolfo Santoro - Sabato 10 Ottobre 2026 ore 07:30

Foto di: ChatGPT

C’è qualcosa che, più della presunta intenzione di Putin di invadere l’Europa, minaccia gli italiani: varrebbe la pena spendere i soldi piuttosto che in armi per fare o per far fare la guerra nel prendersi cura delle conseguenze del riscaldamento globale. E oggi non parlo della tromba d’aria che ha investito Marsala, ma che potrebbe investire qualunque luogo della Toscana, ma parlo del dissesto idro-geologico.

Secondo i dati del Rapporto ISPRA del 2024, l’ultimo in cui si parla del dissesto idro-geologico, questo interessa il 94,5% dei comuni italiani (7.463 enti), con oltre il 23% del territorio nazionale esposto a pericolosità da frana o alluvione con il 9,5% esposto a pericolosità elevata o molto elevata. La Toscana è al secondo posto come regione con maggior aumento del rischio idro-geologico (+53%), dopo la provincia autonoma di Bolzano (+61%). Basterebbero queste cifre per dissuadere i fabbricanti di armi e di morte. Ma, si sa, morire per ideologia va molto di moda.

Secondo il rapporto dell’ISPRA Atlante 2025 – Territori in trasformazione, tra il 2006 e il 2023, c’è stata una perdita di circa 43.585 ettari di territorio (consumo di suolo) e cementificazione incontrollata; il consumo di suolo continua ad avanzare a un ritmo di circa 20 ettari al giorno, colpendo in modo particolare regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna producendo gravi impatti ambientali, sociali ed economici, legati principalmente alla perdita di superfici naturali e alla loro impermeabilizzazione. Ci sono dunque in Italia una scarsa considerazione dell’importanza rivestita dal suolo e una totale assenza di tutela dello stesso: a differenza di altri Paesi europei, non c’è una legge specifica sul contenimento del consumo di suolo; alla prima proposta di legge sulla limitazione del consumo di suolo, risalente al 2012, non approvata a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, non ha fatto seguito l’approvazione della legge sull’arresto del consumo di suolo e la sua rigenerazione. Per tali ragioni, il quadro normativo italiano risulta in notevole ritardo rispetto alla capacità di recepire gli impegni previsti dall’UE, che, tramite l’adozione della Strategia europea per il suolo al 2030, richiede ai propri Stati membri di raggiungere, entro il 2050, l’azzeramento del consumo netto di suolo e di predisporre azioni concrete da attuare entro il 2030. In tale contesto, un ruolo chiave è svolto dalla Proposal for a Directive on Soil Monitoring o Soil Health, adottata nel 2023 dall’UE con lo scopo di sviluppare un sistema di monitoraggio integrato basato su dati reperiti a livello europeo, nazionale e tramite organismi/enti privati; con tale direttiva l’UE fornisce per la prima volta indicazioni precise sui metodi da seguire e sui limiti analitici di alcuni parametri per definire un suolo come sano. Con l’adozione di questi strumenti giuridici, dunque, l’UE ha voluto creare un livello di protezione per il suolo che fosse paragonabile a quello già esistente per l’acqua, l’ambiente marino e l’atmosfera.

La sostituzione con cemento, asfalto o altro materiale impermeabile delle superfici permeabili naturali viene effettuata per costruire edifici, strade e altre infrastrutture artificiali. Quando il terreno naturale viene ricoperto dal cemento, l’acqua piovana non può più essere assorbita efficacemente dal suolo. Questo riduce la capacità di drenaggio naturale e aumenta il deflusso superficiale, causando un maggiore accumulo d’acqua in tempi brevi. Di conseguenza, si verificano inondazioni improvvise e frane, soprattutto in aree urbanizzate dove la gestione delle acque piovane è insufficiente o assente. Inoltre, la riduzione delle superfici vegetali impedisce al suolo di trattenere l’acqua, amplificando l’erosione e rendendo i terreni più vulnerabili a smottamenti e frane. Molti dei disastri idrogeologici in Italia sono attribuiti alla cementificazione e alla mancanza di una pianificazione urbanistica sostenibile; ne sono esempi le alluvioni in Liguria e Toscana e le frane che colpiscono regioni montuose come l’Abruzzo.

La cementificazione determina, infatti,

- a livello idrogeologico, dissesto e alluvioni, poiché l’asfalto e il cemento impediscono all’acqua piovana di essere assorbita dal terreno, causando ruscellamenti rapidi, esondazioni e frane;

- a livello climatico, le isole di calore urbano, poiché l’assenza di vegetazione e la presenza di materiali artificiali fanno aumentare le temperature estive nelle città di oltre 2°C rispetto alle zone rurali;

- a livello ambientale, la perdita della biodiversità, perché la distruzione e la frammentazione degli habitat naturali minacciano la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali;

- a livello agricolo la sottrazione di terreni fertili, perché l’espansione urbana e industriale cancella migliaia di ettari di campi coltivabili ogni anno, riducendo la produttività agricola;

- a livello economico, danni e perdita di servizi ecosistemici, perché il degrado del capitale naturale e i costi legati ai disastri idrogeologici comportano perdite stimate in diversi miliardi di euro all’anno.

La decementificazione rappresenta un cambio di paradigma fondamentale nell’urbanistica moderna: non più un’espansione basata sul consumo di nuovo suolo, ma una urbanistica del sottrarre, che mira a rimuovere asfalto e cemento per restituire permeabilità al terreno, combattere le isole di calore e mitigare il dissesto idrogeologico.

In Italia, il documento di riferimento principale è il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), approvato il 21 dicembre 2023 dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) tramite il Decreto Ministeriale n. 434. Il suo obiettivo principale è contenere la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici e aumentare la resilienza del territorio italiano. Sono 361 le azioni previste dal Piano, a loro volta catalogate in tre macro-categorie operative: a) misure generali (soft): politiche, strumenti normativi, giuridici, sociali, gestionali e finanziari per modificare i comportamenti e migliorare la consapevolezza; b) misure verdi (nature-based): soluzioni basate sugli ecosistemi naturali per incrementare la capacità adattiva e la resilienza del territorio; c) misure infrastrutturali e tecnologiche: interventi fisici o costruttivi per mettere in sicurezza edifici, reti, infrastrutture e aree a rischio. I costrutti di base del documento sono

a) la vulnerabilità: il grado di suscettibilità di un sistema (economico, sociale o ambientale) di subire danni dagli impatti climatici;

b) l’adattamento: l’insieme delle misure adottate per anticipare o ridurre gli effetti avversi del clima e sfruttare le eventuali opportunità;

c) la resilienza: la capacità di un sistema di assorbire gli shock climatici, riorganizzarsi e continuare a funzionare efficacemente.

Anche all’Isola d’Elba il dissesto idrogeologico è un problema critico e ricorrente, aggravato da eventi meteorologici estremi, cementificazione e abbandono della manutenzione del territorio. Gli Enti Pubblici preposti si dovrebbero occupare pertanto di decementificare, oltre che di badare alla manutenzione del territorio. I Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) in Toscana e, nello specifico, per il l’Isola d’Elba, rappresentano lo strumento di pianificazione territoriale fondamentale per la perimetrazione delle aree a rischio (idraulico e geomorfologico) e per la regolamentazione dell’uso del suolo. La gestione dei PAI si è evoluta sul piano normativo e istituzionale: questi problemi erano gestiti in passato a livello regionale attraverso i bacini di rilievo regionale (come Toscana Costa e Toscana Nord), oggi sono confluiti e unificati sotto il Distretto Idrografico dell'Appennino Settentrionale.

I punti chiave che legano il PAI, la Regione Toscana e l’Isola d’Elba riguardano:

1. il quadro normativo e l’unificazione del PAI Dissesti: il nuovo quadro unificato impone a tutti gli enti locali di conformare i propri strumenti urbanistici (come i Piani Operativi Comunali) alle perimetrazioni ufficiali del rischio geomorfologico e idraulico;

2. l’applicazione all'Isola d’Elba e l’aggiornamento del quadro conoscitivo: i Comuni elbani sono costantemente interessati da procedimenti di aggiornamento delle mappe di pericolosità e del quadro conoscitivo del PAI, che comprendono a) adeguamenti specifici: a seguito di studi geologico-tecnici dettagliati o in concomitanza con la stesura dei piani urbanistici comunali, i comuni dell'Elba presentano periodicamente richieste di aggiornamento e rimodulazione delle aree a pericolosità (per frane, crolli o alluvioni); b) aree a rischio e restrizioni: le zone dell’isola mappate a rischio idraulico o geomorfologico molto elevato/elevato (come, foci di torrenti, versanti ripidi e instabili soggetti a dissesto) subiscono forti limitazioni edificatorie; nelle more della messa in sicurezza, gli interventi edilizi sul patrimonio esistente sono strettamente vincolati (divieto di nuovi volumi interrati o aumenti di superficie coperta non autorizzati) per evitare di aggravare la vulnerabilità del territorio insulare.

3. i Comuni elbani e la Regione Toscana utilizzano il PAI non solo come strumento di divieto, ma come bussola per: a) pianificare la mitigazione del rischio: candidare interventi di difesa del suolo a finanziamenti regionali, nazionali o comunitari (fondi strutturali, accordi di coesione) mirati alla protezione dei versanti e degli abitati costieri o collinari; b) piani di Protezione Civile: integrare le perimetrazioni del PAI nei piani d’emergenza comunali, in considerazione di eventuali eventi di isolamento o frane lungo le arterie stradali principali.

Le soluzioni principali per contrastare la cementificazione e il consumo di suolo si dividono in interventi normativi, tecniche di ripristino ambientale e pianificazione urbana sostenibile:

- moratoria sul nuovo edificato: blocco o limitazione delle nuove concessioni edilizie su aree verdi, agricole o non compromesse, privilegiando lo stop al consumo di suolo;

- rigenerazione urbana e demolizione per ricostruire: incentivare il recupero, la ristrutturazione e la riqualificazione degli edifici esistenti e dei margini urbani degradati anziché costruire ex novo su terreni liberi;

- depavimentazione (depaving): rimozione fisica di superfici inutili in asfalto o cemento per restituirle alla terra naturale, favorendo il drenaggio dell’acqua e la riduzione delle isole di calore;

- leva fiscale e perequazione urbanistica: applicazione di tributi e disincentivi economici per chi consuma nuovo suolo, premiando invece gli interventi a impatto zero o di rinaturalizzazione;

- infrastrutture verdi e NBS (Nature-Based Solutions): integrazione di parchi urbani, tetti verdi, fasce boscate e sistemi di rallentamento naturale del deflusso delle acque per mitigare il rischio idrogeologico;

- pianificazione strategica e monitoraggio: controllo rigoroso dei cambi di destinazione d’uso e adozione di Piani di Governo del Territorio (PGT) orientati alla densità sostenibile e alla mobilità dolce.

Per tradurre questo obiettivo in azioni concrete, gli Enti locali (Comuni e Regioni) hanno a disposizione una serie di strumenti giuridici, pianificatori, economici e operativi:

1. strumenti di Pianificazione Urbanistica e Regolamenti Edilizi: gli enti possono modificare gli strumenti di governo del territorio per imporre o premiare la decementificazione attraverso

a) Piani di Depavimentazione o Piani del Verde, con l’uso di strumenti ad hoc, già adottati da diverse città italiane (come Padova o Milano), per mappare le aree impermeabilizzate pubbliche e private da de-impermeabilizzare progressivamente;

b) modifica dei Regolamenti Edilizi e dei PUG (Piani Urbanistici Generali) con l’introduzione di obblighi normativi che impongono standard minimi di permeabilità nei nuovi interventi e nei bandi pubblici o che rendono obbligatorio il depaving in contesti specifici (es. cortili scolastici, parcheggi, piazze);

c) perequazione e crediti edilizi con meccanismi che consentono di riconoscere ai proprietari privati di aree edibili dei diritti edificatori trasferibili altrove a patto che rinuncino alla volumetria prevista e cedano l’area per la rinaturalizzazione.

2. leve economiche e fiscali al fine di incentivare i proprietari privati e sostenere gli investimenti pubblici:

a) incentivi e premialità volumetriche o fiscali con sconti sugli oneri di urbanizzazione, sgravi sui tributi locali (come la TARI o l'IMU per aree riqualificate) o bonus volumetrici se si demolisce un manufatto obsoleto restituendo la superficie a verde drenante;

b) finanziamenti e bandi dedicati con utilizzo di fondi statali, regionali ed europei (legati anche al Nature Restoration Law UE o a fondi per la rigenerazione urbana) finalizzati alla bonifica, alla de-impermeabilizzazione e alla creazione di infrastrutture verdi.

3. strumenti operativi e di azione diretta:

a) accordi di programma e concorsi di progettazione con coinvolgimento di architetti, paesaggisti e cittadini per interventi mirati di micro-rigenerazione (come rain gardens, tetti verdi, sostituzione di asfalto con pavimentazioni drenanti o masselli erbosi);

b) censimenti e banche-dati del Patrimonio Inutilizzato con mappatura sistematica degli edifici dismessi, delle aree degradate e delle superfici asfaltate inutilizzate, utile a indirizzare le priorità di intervento pubblico.

Mi fermo qui e non tratto dei possibili interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico all’interno del Parco Nazionale Arcipelago Toscano.

Adolfo Santoro

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