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Mercoledì 10 Giugno 2026

PAGINE ALLEGRE — il Blog di Gianni Micheli

Gianni Micheli

Diplomato in clarinetto e laureato in Lettere, da sempre insegue molteplici passioni, dalla scena alla scuola, dalla scrivania alla carta stampata, coniugando il piacere della scrittura con le emozioni del confronto con il pubblico, nei panni di attore, musicista, ricercatore, drammaturgo e regista. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Toscana riversando nella scrittura del quotidiano le trame di un desiderio di comunicazione in cerca dell’umanità dell’oggi, ispirata dalle doti dell’intelligenza, della sensibilità e della ricerca della felicità immateriale.

Ode ai lacci

di Gianni Micheli - Mercoledì 10 Giugno 2026 ore 09:00

Fino ad oggi ho pensato che i lacci delle scarpe avessero un compito molto semplice: fare i lacci delle scarpe. Anzi, ora che ci penso, penso che ai lacci delle scarpe, proprio, non ci ho mai pensato. Il pensiero, laggiù, non c’è arrivato. Al limite uno sguardo ma per necessità.

D’altronde cosa avrei mai potuto pensare dei lacci? Fanno il loro lavoro, senza protagonismi. I lacci aspettano il fiocco. A volte, forse, palesano un po’ d’indisciplina ma nulla che un doppio nodo non riesca a fermare.

Neri o colorati? Ecco la fine del mio pensiero sui lacci. Fine breve: la decisione la prende il produttore.

Poi qualcosa è successo. Non so esattamente quando. Forse mentre noi cinquantenni eravamo occupati a discutere di mutui, pressione sanguigna, colesterolo alto e offerte del supermercato.

I lacci hanno preso parola. Hanno imbracciato il megafono.

Guardando le scarpe delle nuove generazioni si ha l'impressione che i lacci abbiano organizzato un colpo di stato e abbiano deposto le scarpe dal ruolo di protagoniste. Ci sono scarpe che ancora alzano la punta per chiedere la parola: «Scusate, noi saremmo il prodotto principale...». La risposta dei lacci è lapidaria: «Silenzio. Parliamo noi».

Ce ne sono che si arrotolano intorno alla scarpa come serpenti colorati tropicali. Altri che diventano corde nautiche degne dell'attracco di una nave mercantile. Altri ancora che si trasformano in braccialetti, catene, nastri, decorazioni, installazioni artistiche.

A volte inglobano completamente la scarpa fin quasi a farla sparire dietro o dentro ad una massa di intrecci, nodi, sovrapposizioni e colori.

Qualcuno deve aver detto: «Perché limitarsi a indossare una scarpa quando puoi metterle sopra un’intera conversazione?» Qualcuno deve aver ascoltato.

Noi cinquantenni siamo cresciuti in un mondo dove gli oggetti dovevano funzionare bene. Non è che i ragazzi stanno crescendo in un mondo dove gli oggetti devono raccontare qualcosa? Non necessariamente qualcosa di profondo. Spesso qualcosa di divertente, provocatorio, riconoscibile.

Siano benvenuti allora i lacci enormi, esagerati, improbabili che sembrano dire: «Eccomi.» Oppure: «Non sono passato inosservato». Oppure ancora: «Lo so che sono esagerato. È proprio quello il bello».

Dal punto di vista psicologico la cosa è persino simpatica. Il piede è sempre stato una zona periferica dell'identità. Quando volevi mostrarti lavoravi sul volto, sui capelli, sugli occhiali. Lo dico per me, sicuramente.

Oggi la comunicazione è diventata così diffusa che è scesa fino alle estremità. Si comunica dalle caviglie. Si lancia un messaggio dalla punta delle scarpe. Si costruisce un personaggio partendo da terra. Ogni centimetro del corpo può diventare un palcoscenico. Può e/o deve. Anche il più improbabile.

Sociologicamente è affascinante. Viviamo nell'epoca in cui tutto cerca di emergere dal rumore generale. Le persone, i profili social, le foto, i video, le opinioni. Perché mai le scarpe dovrebbero restarne fuori?

I lacci sembrano aver capito perfettamente lo spirito del tempo. Non basta esserci. Bisogna occupare spazio. Allargarsi. Invadere. Sconfinare. Fare più volume possibile. Ed egualmente essere elastici. Liquidi perfino. Esattamente come certi contenuti online. Come certe personalità. Come quelle conversazioni nei gruppi WhatsApp che fanno venire i brividi invocando i demoni della disconnessione.

Lo ammetto: questi lacci mi divertono. Raccontano un bisogno che in fondo è sempre esistito. Una volta erano i capelli lunghi a parlare. Poi i jeans strappati. Poi i piercing. Oggi, forse, tocca ai lacci. Fanno dichiarazioni. Prendono posizione. Si mettono in posa. Si sfidano tra loro. A volte urlano. A volte sussurrano. A volte scompaiono del tutto, che è comunque un modo per farsi notare.

E così mi ritrovo, a cinquant'anni, davanti a queste scarpe quasi sommerse da corde, nastri e intrecci, a pensare che forse avevo sottovalutato i lacci. Per decenni non gli ho dedicato un pensiero. Loro, nel frattempo, si preparavano per la commedia della vita.

Gianni Micheli

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