Marco Amerighi "Randagi"
di Pierantonio Pardi - Martedì 26 Maggio 2026 ore 08:00

Proposto da Sivia Ballestra al premio Strega 2022, con la seguente motivazione: “ I Randagi di Marco Amerighi sono cuccioli e poi giovani cani sciolti, alla ricerca di sé in un peregrinare tra amori e luoghi nel tentativo di sfuggire a famiglie, seppur presenti, spesso esplose. E’ il racconto di una generazione che diventa grande secondo i riti classici – studio, passioni, promesse, delusioni, amicizia, amore, sesso, lutti, scandali, dolori – e fatica a fare i conti con padri, quando non gaglioffi, sicuramente inadeguati.”
Ed ecco, qui di seguito, il plot
A Pisa, in un appartamento zeppo di quadri e strumenti musicali affacciato sulla Torre pendente, Pietro Benati aspetta di scomparire. A quanto dice sua madre, sulla loro famiglia grava una maledizione: prima o poi tutti i Benati maschi tagliano la corda e Pietro – ultimogenito fifone e senza qualità – non farà eccezione.
Trovava insopportabile l’idea di scomparire. Su un ponte panoramico o tra le braccia di una sconosciuta, in un campo di battaglia o davanti a un motel per commessi viaggiatori, tutti i maschi della sua famiglia, prima o poi, tagliavano la corda; solo che lui non riusciva a farsene una ragione. Possibile che nel loro sangue si tramandasse un gene che li obbligava a dileguarsi?
Il primo era stato il nonno, disperso durante la guerra in Etiopia e rimpatriato l’anno dopo con disonore. Il secondo, nel 1988, quello scommettitore incallito del padre, Berto, tornato a casa dopo un mese senza il mignolo della mano destra. Quando uno scandalo travolge la famiglia, Pietro si convince che il suo turno è alle porte. Invece a svanire nel nulla è suo fratello maggiore Tommaso, promessa del calcio, genio della matematica e unico punto di riferimento di Pietro; a cui invece, ancora una volta, non accade un bel niente.
Per quanto impegno metta nella carriera musicale, nell’università o con le ragazze, per quanto cambi città e nazione, per quanto cerchi di tagliare i ponti con quel truffatore del padre o quella ipocondriaca della madre, la sua vita resta un indecifrabile susseguirsi di fallimenti e delusioni. Almeno finché non incontra due creature raminghe e confuse come lui: Laurent, un gigolò con il pallino delle nuotate notturne e l’alcol, e Dora, un’appassionata di film horror con un dolore opposto al suo. E, accanto a loro, finalmente Pietro si accende.
Ed ecco, come ad una festa, avviene l’incontro tra Pietro e Dora che, arrabbiata, perché un ragazzo le ha versato del vino sui pantaloncini, esordisce in questo modo:
“Cazzocazzocazzo! Vedi perché le odio queste feste? C’è sempre un coglione che ti versa addosso qualcosa!” disse in italiano.
Su un tavolo nell’angolo Pietro vide una bottiglia di acqua frizzante, bagnò il fazzoletto di stoffa pulito che aveva in tasca e glielo porse.
“Se lo tamponi con questo, lavandoli non dovrebbe restare la chiazza.”
Poi, improvvisamente lei , si rivolge a Pietro, spiazzandolo con queste frasi:
“ Non pisciarmi addosso sulla schiena, dicendomi che è pioggia, ok?”
“Come?”
“Non sei venuto qua per studiare! Puoi anche toglierti quel tuo costumino da bravo ragazzo. Lo sanno tutti che gli italiani fanno l’Erasmus in Spagna solo per scopare.
Pietro si sciolse il codino sperando che la cortina di ricci lo nascondesse dall’imbarazzo. “Qualche ragazza ce l’abbiamo anche in Italia”
“Peccato che le vostre non la danno, è vero o no che lo chiamate Orgasmus? Ti vergogni di dirlo perché sono una ragazza?”
“Dire cosa’”
“Che le spagnole sono più puttane delle italiane.”
Con una trama ricca di personaggi sgangherati e commoventi, e una voce in grado di rinnovare linguaggi e stili senza rinunciare al calore della tradizione, Randagi è un abbagliante romanzo sulla giovinezza e su quei fragilissimi legami nati per caso che nascondono il potere di cambiare le nostre vite. Un affresco che restituisce tutta la complessità di una generazione: ferita, delusa e sradicata dal mondo, ma non ancora disposta a darsi per vinta.
Scrive, a proposito di questo romanzo, Marco Missiroli:
“ Un bellissimo romanzo di formazione di un’intera generazione, quella dei Millennial. Intorno al protagonista, Pietro Benati, con tutte le sue inquietudini, si stagliano infatti figure indimenticabili, nate dalla casualità di incontri, che come lui si muovono, come randagi, in un vuoto di senso.
Il sentirsi “fuori luogo sempre” ed un indefinito senso di colpa si fanno eco e uniscono gli amici, ma anche le comparse e i personaggi minori, che nella scrittura, a tratti tragica e a tratti esilarante, ci portano con sé nel loro malessere esistenziale, che ci accorgiamo non essere poi tanto diverso da quello delle generazioni del passato, ma che prende solo nomi differenti.”
La solitudine forzatamente ricercata, nata dal senso di inadeguatezza, di incapacità di adattamento, di vergogna per le vicissitudini familiari diventa, in Pietro, “talento di restare immobili”, nel vano tentativo di tenere lontane le delusioni e i fallimenti mettendo al centro della sua esistenza una strofa di una canzone che gli risuona nella mente con la voce materna: “vivere al buio per smaltire un dolore”. Anche nei passi della sua vita da studente universitario che lo porterà a lasciare per mesi la sua città natale, Pisa, per Madrid, nell’apparente movimento dei viaggi, nelle nuove amicizie, la sua immobilità, anche sentimentale, non lo abbandonerà.
Nell’incontro con Dora, ”la ragazza che fa tremare l’aria”, la paura di una delusione lo bloccherà per lungo tempo dal cercare la sua salvezza nell’amore, anche perché tutti i nuovi amici intorno a sé sembrano portare il suo stesso peso, o fuggire da una maledizione ancestrale, ovvero da un dolore a cui non riescono a dare un nome.
Ed è la stessa Dora a destabilizzare Pietro, fin dal primo incontro:
“ (…) Prima che accadesse, però, Dora si alzò, come se volesse soltanto fargli riprendere fiato, e quando fu sicura che quel ragazzo impacciato non le sarebbe morto per l’emozione tra le braccia, si sfilò i pantaloni e sedette di nuovo, più lentamente stavolta, sopra di lui. Si alzò e si abbassò sull’inguine di Pietro una ventina di volte al massimo, finché senza segnali di preavviso, di nuovo, scese dal divano e dopo aver buttato un cuscino a terra, si stese sul tappeto sotto il poster di Rafael Alberti e, fingendo di non notare gli occhi impietriti con cui Pietro la guardava, gli sussurrò:: “Fammi venire” dopodiché spinse il culo in alto come una gatta, dondolando e continuando a fissarlo come a suggerirgli che quello era l’unico finale contemplabile.”
La fragilità e la solitudine dei personaggi in questa moderna epopea che porta faticosamente e con sofferenza i protagonisti alla presa di coscienza di un sé in cui ritrovarsi e a fare luce nel ”groviglio di sentimenti sedimentati”, ci catturano e ci tengono legati alle pagine grazie ad una scrittura che scava nelle emozioni più recondite e che si fa poetica o cruda, colta di riferimenti letterari o asciutta nella trascrizione del linguaggio giovanile. Non c’è una redenzione a schiudere il finale ma, ancor più imprescindibile, quell’accettazione dei ricordi e del dolore che rende liberi di vivere e orientarsi nella propria vita e l’accoglimento di una possibile felicità che sembrava immeritata.
L’autore: Marco Amerighi vive a Milano dove lavora come traduttore. Il suo romanzo d’esordio “ Le nostre ore contate” (Mondadori 2008), ha vinto il premio Bagutta opera prima, ed è stato pubblicato in Francia
Pierantonio Pardi









