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mercoledì 27 maggio 2020

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Strada facendo

di Marco Celati - giovedì 02 aprile 2020 ore 17:20

Questa solitudine come il ricordo di un dolore. Dal terrazzo si vede il parcheggio vuoto e si sente il silenzio: sapere che non è una scelta, ma un obbligo, non lo rende piacevole. Non ne abbiamo alcun merito, è colpa di una malattia. Di un male invisibile e misterioso, insidioso più del male di vivere che spesso incontriamo vivendo. Le persone sono come dissolte, il genere umano dissipato, i superstiti stanno chiusi nelle case. E si sentono via via dalle scale, voci, rumori e odori di cucina, dalle porte serrate, che lasciano intendere vite e affetti, consuetudini antiche o recenti, malinconiche allegrie.

Arrivano sui cellulari messaggi, chiamate in video di familiari, di amici e gli avvisi delle istituzioni che ci tengono in vita, come a volerci costringere partecipi, ma prevale un senso di straniamento, di isolamento dell’anima. Stiamo così, lasciateci in pace. Sotto l’argine un cane latra, al guinzaglio, tirandosi dietro il padrone. Passa un’auto, sale la rampa per la provinciale e si perde alla vista. Questo è il giorno. Terso o grigio che sia e la sera è anche peggio. Quando le luci dei lampioni rischiarano la strada, la piazza, le panchine deserte, gli alberi scheletriti e fa sempre più scuro e buio e notte. Notizie. Un film in tivvù. Una telefonata a chi tieni, a chi vuoi bene, prima di dormire. Nella vita andrebbero messi in conto per fortuna l’amore -ed è già difficile dirlo, amore- e purtroppo la morte. Se no non è vita, è solo paura di vivere, di amare e morire. Il resto sono la prevenzione e gli ospedali che mancano, la scienza, la contabilità in diretta del contagio. I morti, i guariti. E farsene una ragione o una colpa.

Non ho niente da dire, da dichiarare: sono stato allegro e triste, forte e cagionevole, loquace e taciturno, solo e innamorato. Giovane e vecchio. I punti di forza diventano punti di debolezza. Dopo l’operazione la minzione è scarsa e dolorosa. La morte si sconta mingendo. Esercitando la soglia del dolore. E questo è tutto, alla fine. Credetemi. Piuttosto voi, che fate? Con l’audacia dei vostri proponimenti e quest’idea per il dopo che tutto cambierà e su questo deserto e sul dolore di milioni di uomini torneranno l’ordine, la pace e la serenità. Perché tutto volgerà al bene. Chi ha scritto così, perché continuava a credere, nonostante tutto, nell'intima bontà dell'uomo, è stata reclusa e ne è morta. E ha avuto ragione solo perché l’ha scritto e perché è stato vero, ma non perché il mondo sia in ordine, in pace e sereno. Verrebbe quasi da chiedere perdono per le nostre mancanze. Per la diseguaglianza che grida ingiustizia, sopratutto. Ho scritto cose inutili, chissà se altrettanto inutilmente ho vissuto.

Gli eccessi disturbano: la gente che si accalca e le persone che mancano, il troppo rumore e il troppo silenzio. Al silenzio in città non siamo abituati. Per dormire ordino a Google di trasmettere il rumore della pioggia. Fa compagnia, dà un senso di purezza, di pulizia del mondo, di natura che si rinnova. Con il sonno tornano i miei cari, a volte, a visitarmi in sogno. Il padre ieri aveva un quadernetto di scuola arrotolato in mano, sorrideva. La mamma riposava su un letto davanti ad un terrazzo che guardava il mare. Ho riconosciuto quel mare. Oggi non lo vedrebbe più da quel terrazzo, vedrebbe un porto. Da quel porto ho nuotato fino alla punta della scogliera e ritorno. E poi c’era il Mago con una camicia rossa. La stessa di una foto che un amico in questi giorni mi ha fatto avere per mail, insieme ad altre che ha ritrovato di una vacanza che facemmo d’estate, con le tende, un gruppo numeroso. Eravamo così giovani da non riconoscersi nemmeno. In quella foto, stavamo a tavola, il Mago era ritratto in una buffa posa con la bocca stretta e il capo ritto, così gli ho chiesto perché. Era il pappagallo che mangiava le lasagne, non ti ricordi più? Mi ha risposto con il pensiero. No, non mi ricordavo, ho dimenticato tanto. Passiamo la vita a dimenticare. E non c’è onore in questo, soltanto sopravvivenza. Anche per questo sarebbe da chiedere perdono. Per la colpa di sopravvivere. A tutto, noi stessi compresi. Poi si sono accomiatati ed era giorno.

La mattina è passata chiedendo all’amico delle foto, notizie di quella estate che fu piena dell’allegria triste della gioventù e per lui, in mezzo alla gioia, di un grande dolore. Così si impara che la vita e la morte fanno parte di noi. La sera, perché ogni cosa viene a sera, mi arriva dalla compagna lontana una poesia.

Io scriverò di quello che sento,/ Perché se è vero che gli anni sono la somma delle nostre emozioni,/ ho visto abbastanza per poterti raccontare/ di bare partite nel silenzio di una primavera/ che nessuno di noi potrà più dimenticare. / Ma se resteremo sarà perché/ il sacrificio di eroi senza armi/ avrà spiegato al mondo intero/ che dentro ognuno di noi/ sopravvive uno smisurato incontenibile/ desiderio di fratellanza bisogno di amore/ e voglia di vita.”

È di mio fratello. Uno dei miei fratelli. Io sono il maggiore, ma solo di età. Il vero poeta della famiglia è lui. E ora ricordo quel quadernetto arrotolato nelle mani del babbo. Era un quaderno dove scriveva le sue poesie: “Strada facendo” era il titolo della raccolta. Forse questo abbiamo nel sangue e nella memoria. Questo virus benefico. Strada facendo, siamo arrivati fin qui e poi non si sa. Sarà stato comunque breve il nostro lungo viaggio.

Marco Celati

Pontedera, 29 Marzo 2020

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Il riferimento al volgersi di tutto al bene è dal Diario di Anna Frank. Si parva licet...chiedo scusa ad Ungaretti e ringrazio Montale per la frase finale.

Marco Celati

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